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La PA cambia solo se mette il cittadino al centro: cosa impariamo dalla presa in carico della cronicità

di Carlo Mochi Sismondi, Presidente FPA.

Il tema della presa in carico delle fasce più deboli e vulnerabili della popolazione che, come è descritto meglio nella nostra newsletter, è centrale nel prossimo FORUM PA LOMBARDIA del 24 novembre, non è importante solo perché stiamo parlando di molte decine di miliardi di spesa o perché è un classico esempio di bisogni continuamente crescenti di fronte a risorse che saranno sempre e per definizione insufficienti, ma perché è paradigmatico della costruzione di una PA diversa, che veramente ha imparato a mettere al centro non se stessa o i propri servizi, ma il cittadino, la sua vita, i suoi bisogni.

In un sistema integrato infatti il cambio di paradigma, ben interpretato dalla legge regionale lombarda sulla presa in carico che farà da sfondo al nostro incontro, crea le condizioni per cui:

  • il cittadino è al centro dell’intero processo perché strutture e professionisti si muovono attorno a lui coordinati da un regista che si assume il carico di “prendersi cura”. Si supera così il gioco dei ruoli e delle mansioni, le competenze giuridiche, le responsabilità frammentate e si affida ad un regista il coordinamento e la responsabilità del funzionamento di una equipe di professionalità diverse (i care giver, i professionisti sanitari, gli specialisti medici, le strutture diagnostiche, ecc.). Se questo è necessario per i malati cronici e gli anziani è un paradigma che deve informare l’intera amministrazione e che è alla base di quei nuovi diritti di cittadinanza, abilitati dalla trasformazione digitale, che la riforma della PA descrive e garantisce.
  • Ma il cittadino è al centro perché è protagonista attivo, non mero oggetto di assistenza. È un punto focale: la responsabilità sulla propria vita, sulla propria salute, sul proprio percorso assistenziale non può che rimanere in mano ad ogni cittadino, almeno sino a che le sue condizioni gli permettono di esercitare il diritto fondamentale della scelta. Se questo principio fondamentale, che distingue la nuova PA dello “Stato partner” da uno Stato eternamente paternalistico, presuppone diritti, esso impone anche doveri in un patto tra cittadino e sistema sanitario che vede l’uno e l’altro titolari di diritti e doveri. Così se l’uno deve fornire servizi personalizzati e centrati sul bisogno sempre diverso di ciascuno, l’altro deve rispettare le prescrizioni, deve gestire al meglio il proprio percorso terapeutico, deve essere il migliore advisor del professionista. Altrettanto, uscendo dalla sanità e rivolgendoci a tutta l’amministrazione, sarà il cittadino consapevole che collaborerà al co-design dei servizi, che userà le piattaforme abilitanti messe a disposizione dall’azione pubblica per sé e, insieme, per l’interesse generale, che si farà garante che i propri diritti si sposino ai diritti di tutti in un sostanziale rispetto della diversità che, in una società complessa, è sempre ricchezza.
  • Il cittadino è al centro perché le azioni sono disegnate sui suoi bisogni, che vuol dire soprattutto saper leggere ed ascoltare la voce di tutti e di ciascuno in un rapporto che non vede più gestori di servizi e categorie uniformi di utenti (i giovani, i vecchi, le donne, i lavoratori, i disoccupati, ecc.) ma tante persone diverse dotate ciascuna di storie e di aspirazioni peculiari. Come tutto il mercato ha ormai mandato in cantina le auto tutte nere di Mr. Ford, e vede ciascun cliente come unico, così anche la sanità e tutta la PA deve conoscere e riconoscere ciascuno per quello che è abilitando così le sue capabilites per permettergli di dare così il suo armonioso, ma personalissimo contributo.
  • Il cittadino è al centro perché è sulla sua soddisfazione e sulla qualità della sua vita che si misura il valore prodotto. In questo senso la sanità e la PA tutta ha molta strada da fare. Il faticoso passaggio dall’attenzione spasmodica all’efficienza e alla compatibilità economica deve lasciare il posto all’enfasi sull’efficacia, sugli esiti dell’azione pubblica e dell’impiego delle risorse messe a disposizione dai tax payers. Ma per far questo la sanità in primis, che impiega oltre cento miliardi l’anno, di cui una buona parte sono per la cura delle cronicità, ma poi tutta l’amministrazione pubblica deve imparare a misurare e a misurarsi. E l’accountability è questione di numeri, di indicatori condivisi e puntuali, di benchmark.

Attraverso queste quattro “centralità” sommariamente descritte, così necessarie per un cambio di passo nel prendersi cura dei cittadini più deboli e vulnerabili, la PA può imparare una lezione che diventa leva di vero cambiamento che, come tutti i cambiamenti duraturi, è soprattutto cambiamento di paradigma, di cui i nuovi comportamenti diventano prova e testimonianza.
Cominciare dai più fragili non è solo un dettato costituzionale, è la sfida dei nostri giorni e una PA che sarà attenta a loro, a chi ha più bisogno, sarà una PA migliore per tutti.